Da gennaio gli Ad Blocker non funzioneranno più su Chrome

Da gennaio gli Ad Blocker e altre estensioni non funzioneranno più su Chrome. La notizia arriva dalla Electronic Frontier Fondation (EFF), un’organizzazione no profit nata nel 1990 con l’intento di difendere le libertà civili nel mondo digitale.

I cambiamenti in arrivo

A partire da gennaio 2022 Chrome adotterà il nuovo set di tecnologia API (Application Programming Interface) chiamato Manifest V3. Questo set regola i permessi e semplifica lo sviluppo delle estensioni compatibili con i browser Chromium. Con l’adozione della versione 3, tutte le estensioni non aggiornate – quindi ferme alla versione 2 – smetteranno di funzionare e la v3 sarà un requisito minimo e necessario per essere ammessi nel Chrome Web Store.

Questo cambiamento di standard non riguarderà esclusivamente Google Chrome, ma anche tutti i browser basati sul motore Chromium, come ad esempio Opera, Vivaldi, Brave e Microsoft Edge. Per ora, Mozilla ha deciso di non imporre la versione 3 come standard unico ed esclusivo ma di lasciare attivo il supporto anche a Manifest V2.

V3: un passo verso la privacy o conflitto d’interessi?

Per Google, la scelta di adottare Manifest V3 rappresenta “un passo verso la privacy, sicurezza e performance”. Gli utenti dovrebbero essere più tutelati, escludendo estensioni che reindirizzano il traffico a siti non affidabili o falsi, che mostrano pubblicità e che alterano il comportamento e le impostazioni del browser. Le intenzioni insomma appaiono nobili.

Tuttavia, secondo EFF, Manifest V3 nuocerà gravemente moltissime estensioni, tra cui gli Ad-blocker che, per funzionare in modo corretto, devono poter “leggere” qualsiasi pagina web, le relative richieste e decidere cosa fare con ognuna in modo agile e flessibile. Con V3, gli sviluppatori delle estensioni sono costretti a definire prima all’interno di un sistema rigido come comportarsi di fronte a specifiche richieste. Se una richiesta non è stata prevista dagli sviluppatori, l’estensione non funzionerà, diventando perciò inutile.

Da questa rigidità del sistema deriva lo scetticismo di EFF: perché adottare un API che va a colpire le estensioni che bloccano la pubblicità e i tracker se Google ci tiene davvero alla privacy dei suoi utenti?

Infine, per EFF si tratta di un chiaro caso di conflitto d’interessi. In effetti, Google non è solo proprietario del browser più utilizzato al mondo ma è anche il più grande rivenditore di spazi pubblicitari su Internet, Google Ads. Si stima che nel 2020 Alphabet ha guadagnato $147 miliardi con Google Ads, più dell’80% dell’intero fatturato della compagnia.

“Le ripercussioni più ampie dovrebbero interessare tutti i cittadini di Internet: è un altro passo verso lasciare che sia Google a decidere come viviamo online. Considerando che Google è da anni la più grande azienda pubblicitaria del mondo, queste nuove limitazioni sono paternalistiche e davvero inquietanti”, ha concluso la ong.

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