Netflix ha davvero “ucciso” la tv?

Sapevamo che il mondo non sarebbe stato più lo stesso. Alcuni risero, altri piansero, i più rimasero in silenzio. Era evidente che i nuovi schermi dal «colore sempre vivo», combinati ai nuovi standard audio, rapivano i sensi delle persone in maniera ben diversa rispetto ai televisori degli anni Settanta: vista e udito dello spettatore erano saturati, il tatto inibito dalla posizione immobile. Dei cinque sensi restavano liberi solo l’olfatto e il gusto, problema tecnico al quale si ovviava mangiando davanti allo schermo acceso: così l’idea di casa e protezione divennero un tutt’uno con la tv e i suoi programmi, versione fredda e moderna del focolare domestico.

Che correlazione c’è tra queste citazioni, l’apocalittica didascalia di Robert Oppenheimer, uno dei co creatori della bomba atomica, sull’arma di cui lui è in parte padre e quella del comico Enrico Brizzi sulle malie della tv? La tv-invenzione certamente meno mortifera-come tutte le sue “colleghe” è ambigua: buona e cattiva insieme, un lancio di dadi nel buio da parte di milioni di persone, l’alveare di menti i cui sforzi, come ultimo orgasmo, creano cosa oggi utilizziamo.

Quando William Crookes creava il tubo catodico, lo scheletro della prima, cinquantennale fase dell’evoluzione della tv, aveva modo d’immaginare che oggi con un tablet avremmo avuto un nostro piccolo canale televisivo a passeggio, o con contenuti distribuiti multimedialmente? Ecco quello che diciamo: creiamo le cause, ma a malapena riusciamo a immaginare le conseguenze. Ma l’avventura di Netflix, comincia molto più vicino a noi.

L’avvento di Netflix

Era il 1997 quando Marc Randolph lo fondò nella Scotts Valley, dopo aver messo la firma in calce alla Microwarehouse Ltd. Un’ azienda specializzata in vendita per corrispondenza di personal computer. Un embrione d’idea la cui evoluzione può essere considerata effettivamente la natura stessa dell’offerta di Netflix e della sua filosofia-nonché logistica-distributiva: portare di intrattenimento, film, e tutto il resto.

 Se fino al 2009 si limitò di un fenomeno fortemente “aìutoctono” cioè solo nordamericano dal 2010 in poi ci fu anche l’approdo in Europa, Asia e Oceania. Storia finita giusto? In realtà, c’è sempre qualcos’altro ancora che si può dire. Quale impatto ha avuto Netflix nel mondo, da dov’è nato a dove è stato recepito, fondamentalmente, come l’ennesima americanata, dopo i fast food e i multisala? Innanzitutto, la crescita della piattaforma è stata degna di un film di Frank Capra o John Landis: da “solo” un 30% di iscritti nel 2013 a 110% a inizio 2018.

In Italia nello stesso periodo gli usufruitori della piattaforma sono un milione e cinque. In Francia i 5 milioni netti. Nell’intera Europa sono 663mila gli iscritti. In Giappone il traffico telematico coinvolgente Netflix ammonta al 16%, con 180mila usufruitori in totale. Sull’Oceania non ci sono dati papabili, mentre zone come l’Africa e gran parte dell’Asia rimangono ostiche.  È necessario pertanto trovare un modo per farvi accedere il Terzo Mondo.

Rimanendo al primo nonché giusto al secondo, Netflix, come si chiede Colin Cullins ha davvero “ucciso” la “vecchia” tv. Parafrasando il missile delle hit parade del 1979 in Francia (in patria, in America, è andato solo al 40esimo posto) Video killed the radio star dei Buggles da Age of plastic, primo video musicale di Mtv, ironicamente una canzone di protesta sull’avvento stesso dei videoclip e l’eclissamento della radio cannibalizzata sempre di più dal mezzo televisivo, che ora subisce il ne di Marconi.

Video killed the radio star dei Buggles

Netflix e la televisione che resiste

Netflix non “ucciderà” la televisione, così come-e basta vivere nel mondo reale-la televisione a propria volta non ha “ucciso” la radio. Esiste infatti il concetto di rimediazione, espresso da Richard Grusin: i media sono organismi che evolvono in relazione simbiotica con altri. I quotidiani, i libri, le riviste, i cataloghi hanno sviluppato simbiosi e alleanze con quegli altri media che gli avrebbero dovuto eliminare, come la Rupe Tarpea dell’antica Sparta: per Toys Я Us, ad esempio, l’avvento di un sito web che contenesse l’intero catalogo dei loro prodotti in vendita nel Dicembre 1999 non ha soppiantato i cataloghi gratuiti stampati su carta elargiti gratuitamente all’ingresso di ciascun punto vendita. Magari in futuro potrebbero integrarli con un applicazione virtuale che visualizza in un ologramma il prodotto scelto, assecondando le ricerche di Ivan Sutherland seminali sulla realtà aumentata.

Lo streaming offre il vantaggio di far scegliere liberamente lo spettatore che così è molto più attivo nella fruizione, ma contemporaneamente non tutti i programmi Netflix brillano univocamente dalla qualità. Inoltre, l’assenza di dati Auditel è perniciosa, potendo venir sfruttata anche dalla peggior produzione per ricusare le accuse contro di sè, se non addirittura mentire d’ufficio e proclamarsi come un successo planetario.

La pervasività, la mole d’offerta: apparentemente la tv come si è evoluta nello iato cronologico evidenziato dal Brizzi sembra quello che oggi ci apparirebbe il primo cinematografo dei Lumiere. Ma non era proprio quella tv ad averci preparato, o averci dovuto preparare, a questa suo modo all’ellisiana età dell’abbondanza che oggi le piattaforme in streaming ci offrono, non inappropriatamente ci travolgono essendoci infatti di più oltre a Netflix? Infatti abbiamo avuto Amazon Prime Video, Hulu, HBO, Disney+, e qualora cominciassimo su eventuali “diaspore” dalla tv, già nel 2007 più di un milione di soli italiani non ne faceva più uso.

Ancora prima, a fine anni ’90 George Gilder pubblicava per Castelvecchi il didascalico ‘La vita dopo la televisione‘ – Il grande fratello farà la fine dei dinosauri? Il problema dell’obsolescenza della televisione non è ne nuovo ne unicamente legato ad un elemento che per destino ed evoluzione della tecnica può anch’egli pretendersene immune: la quantità e la qualità del mezzo e dell’offerta. Televideo e il Picture n Picture negli anni 80 si palesarono come rivoluzioni che rendevano la tv meno “subita” e più “partecipata”, ma oggi con Netflix quale suoi abbonati ne ridiamo come di una chincaglieria d’antiquariato dissacrata dalla vita che è andata avanti.

Rideremo anche di Netflix, un giorno.

Di Andrea Cornali

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